Il brodo di Natale

Relazioni familiari a Natale

di Paolo Di Maio per “Sta passeggiatella mi taglia il cuore”, antologia di racconti ambientati a Roma, L’Erudita Editore.

 

 

“È mezzogiorno di un soleggiato mattino di Natale.

Sto andando da mia nonna, lì dove il luculliano pranzo con i parenti sta per andare in scena, dove ogni peccato di famiglia verrà affogato in un litro di brodo.
È mezzogiorno di un soleggiato mattino di Natale, ma non è un Natale qualsiasi. Non per me.
Mi avvicino alla porta e suono tre volte, del resto tre è un numero sacro e oggi mi sento in vena di simbolismi.

La porta si spalanca, aperta dalle mani indaffarate di mia madre che a malapena mi saluta, c’è una gallina in pentola da gestire, si spera abbastanza vecchia da fare buon brodo.

In sala mio fratello mi fa ciao con la mano, mia zia mi lancia due baci, mia cugina parla al telefono col fidanzato di turno. Del turno di un’altra, s’intende.

Sulla destra, oltre la tavola dei buoni sentimenti, stanno i tre uomini della famiglia: mio padre, mio zio, mio nonno. Due secoli e mezzo illuminati da una finestra senza tende. Parlano di qualcosa, mentre gesticolano un saluto per me.

Guardo mia nonna ai fornelli: è lei che sto aspettando.

Quando mi vede fa perfettamente quello che speravo facesse: mi chiede come sto.

La prendo per mano e la porto con me, lentamente, verso il centro della sala.
“Non troppo bene nonna” è la mia risposta.

E lei, come il personaggio di un film da me diretto, fa la domanda che volevo.

“E perché, cos’hai?”

Quasi mi s’illuminano gli occhi.
È da un mese, dallo scorso Natale, da quando sono andata via per studiare, da decenni, che aspetto questo momento.

In realtà è dal Natale in cui avevo dodici anni, il primo da “signorina”, quello in cui presi un calcio sotto il tavolo dalla donna che ora mi sta di fronte. Un calcio leggero, ma che porto addosso come un livido fresco.

“E perché, cos’hai?” mi chiede, e mentre prendo il fiato per risponderle, mi guardo intorno a sincerarmi che tutti, soprattutto gli uomini di casa, possano sentire la mia rivolta.

“Ho le mestruazioni” le dico. Chiara, decisa, senza fronzoli.
Non il ciclo, non le mie cose, non indisposta.
Ho le mestruazioni” dico. Ho fatto il classico, sono laureata in lettere, e una derivazione latina mi sembra più moderna di frasi da medioevo. Rispondo: “Ho le mestruazioni”. Chiara, decisa, senza fronzoli.

Proprio come avevo fatto anni prima di fronte a mio nonno, così scosso in quel Natale lontano, di fronte a mio zio così sbalordito dodici anni fa, di fronte a mio padre, così in disappunto anche oggi.

Sento il silenzio intorno, guardo mia nonna gelarsi di rabbia, la vedo cercare uno sfogo che non può trovare, non qui davanti a tutti.
Si volta e torna verso una gallina vecchia che subirà punizioni al mio posto.

Ricompensata di una lunga vergogna non mia, prendo un profondo respiro e mi siedo, fiera, alla tavola di Natale.

L’odore del brodo arriva fino alla sala, d’improvviso sento che ho fame, mi trovo serena, in fondo è uno splendido mattino di festa e…di colpo una fitta al ventre mi toglie il sorriso.

Del resto ho le mestruazioni.

Chiare, decise, senza fronzoli”

 

Fine

 

Scritto per una raccolta di foto-racconti sulla violenza contro le donne (in fase di editing), questo racconto esprime in maniera chiara e toccante quei maltrattamenti invisibili, presenti nella vita di moltissime donne, che troppo spesso vengono taciuti e quindi sottovalutati. La violenza psicologica perpetrata tra le mura domestiche è molto più frequente di quanto si ritenga ma meno discussa; si tratta molto spesso di vessazioni subdole, che non lasciano segni sul corpo, ma che feriscono profondamente l’anima, la personalità e la dignità della persona che le subisce.

Anche di questo si può parlare in una seduta, anche queste sono esperienze che la terapia può aiutare a metabolizzare!

 

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