Leggere classici aiuta a comprendere il nostro prossimo. In che modo?

Leggere i classici aiuta a comprendere il nostro prossimo

Nelle sale d’attesa degli studi medici, compreso il mio, si trovano sempre riviste di ogni tipo e a volte è un piacere scoprire, tra le foto dell’ultimo matrimonio vip o i pronostici sul prossimo scudetto, articoli interessanti che ti fanno ragionare e conoscere qualcosa che non sapevi. L’articolo nel quale mi sono imbattuta io racconta di una ricerca, targata Italia, che ha messo in evidenza come leggere un buon romanzo alleni la mente a capire il nostro prossimo. Ve la racconto..

Emanuele Castano è un italiano che rientra nella folta schiera dei cosiddetti “cervelli in fuga”. Dal 2003 è, infatti, professore ordinario alla Nwe School of Social Research di New York. Laureato a Padova nel 1995, ha svolto il dottorato all’Universitè Catholique di Louvain, in Belgio. Quindi è partito per gli Usa per il postdottorato all’Ohio State University. Ha lavorato in Scozia e in Inghilterra prima di approdare a New York. “Qui ho la libertà accademica che mi serve per fare ricerca sui temi che mi stanno a cuore, per ora sarebbe difficile tornare in patria. Però collaboro con accademici italiani ed europei, e accolgo moltissimi studenti italiani che desiderano un’esperienza di ricerca o studio”.

Questo interessante psicologo ha svolto una ricerca per fornire una prova scientifica alla sua teoria, secondo la quale i romanzi, se ben scritti, ci insegnerebbero una delle abilità più importanti per la nostra sopravvivenza: la capacità di comprendere meglio il prossimo e quindi creare rapporti più “efficaci” per il nostro benessere. L’idea è nata da un connubio, quello con David Kidd, co-autore dell’articolo, laureato in studi letterari. L’incontro tra Castano e Kidd è stato il motore che ha azionato tutti gli ingranaggi, portando alla pubblicazione su Science della ricerca che ha dimostrato che la letteratura è in grado di migliorare la “teoria della mente” di un adulto, ovvero la capacità di intuire e rappresentarsi gli stati mentali degli altri (emozioni, pensieri, motivazioni, ecc.); una specie di lettura del pensiero che avviene tramite la decodificazione di espressioni del viso, gesti, intonazioni e, ovviamente, il linguaggio usato in una conversazione. La “teoria della mente” è considerata una capacità che si sviluppa intorno ai 4-7 anni e che poi si mantiene uguale per il resto della vita. L’ipotesi dei due ricercatori, invece, è che alcune esperienze culturali (come la lettura di un buon romanzo) possano modificare questa capacità, aumentarla, tramite una specie di “allenamento”.

In che modo avverrebbe tutto ciò?

I protagonisti dei romanzi di letteratura sono descritti in modo incompleto, sono aperti a molte interpretazioni. Il lettore è forzato a impegnarsi per capire i protagonisti, perchè questi non sono serviti su un piatto d’argento come avviene in moltissimi romanzi popolari (in cui i caratteri sono abbastanza stereotipati: il cattivo, il buono, il ricco, il potente, il povero-ma bello, ecc.). Il lavoro mentale che il lettore deve fare, dunque, sviluppa le capacità di comprensione degli stati mentali altrui. Forse potremmo paragonare l’ampiezza della sua esperienza con quella di ascolto di un terapeuta.

L’esperimento.

Kidd e Castano hanno pensato di coinvolgere un gruppo di individui in una serie di complessi esperimenti al fine di valutare concretamente gli effetti della narrativa sul cervello umano. In primo luogo, affidandosi anche alla collaborazione di letterati ed esperti, hanno raccolto una serie di testi da sottoporre ai partecipanti, dividendoli prima in alcune specifiche categorie. La prima comprendeva la narrativa di alto valore artistico, con personaggi completi e strutturati, frutto dell’immaginazione dello scrittore ma percepiti come verosimili; la seconda divisione, invece, era stata pensata per raccogliere testi di letteratura più “popolare” o di genere, includendo romanzi d’appendice, fantascienza, horror. Per intenderci, si è cercato di distinguere tra i libri che appartengono alla tradizione letteraria di ciascun Paese, e che si leggono spesso su sollecitazione scolastica o universitaria, e i testi che molto spesso diventano rapidamente best seller, per la dannazione degli amanti dei classici. Infine, una terza suddivisione riguardava opere che non trattavano in alcun modo la finzione letteraria, come saggi storici o tecnici. A ciascuna categoria corrispondevano precisi titoli che sono stati selezionati ed assegnati casualmente ai volontari; successivamente cinque esperimenti hanno indagato nella mente di questi, attraverso dei test standard. Quali emozioni sta provando la persona ritratta in una fotografia in bianco e nero? Questa era una delle domande che sono state poste ai partecipanti al fine di provarne la capacità di immedesimazione e, soprattutto, di comprensione altrui. La semplice analisi statistica dei dati ottenuti attraverso test e domande di questo genere ha dato ragione ai ricercatori: i punteggi più alti, in media, sono stati ottenuti dai soggetti ai quali erano state assegnate opere letterarie di qualità, rispetto agli individui che avevano ricevuto come compito la lettura di testi delle altre due categorie. Questo accade perché la narrativa mette proprio in relazione con personalità complesse, costruite sulla base di esperienze riportate che aiutano così a discendere spesso nelle profondità delle loro anime, mettendone in luce meccanismi, modi di ragionare, grandezze e meschinità, trasferendo in parole chiare quel mondo troppo spesso oscuro ed incomprensibile che sono le emozioni: le citazioni a tal proposito potrebbero essere infinite, tanto vale che ciascuno pensi a chi maggiormente ha lasciato una traccia nel proprio cuore.

Dunque, più libri e meno smartphone!

Fonte: Focus, Dicembre 2013

4 risposte a “Leggere classici aiuta a comprendere il nostro prossimo. In che modo?”

  1. fabio scrive:

    Wow che bel sito!

  2. Elio scrive:

    E pensare che io ho frequentato il liceo classico ma a quell’età i classici non erano le mie letture preferite! In realtà era già da un pò che mi stuzzicava l’idea di leggerne qualcuno, adesso lo farò sicuramente.
    Grazie come sempre dottoressa Di Vito per le informazioni che condivide con noi. Un saluto. Elio

  3. Caro Elio, credo che la tua esperienza sia comune a molte persone. Anche io ho fatto il tuo stesso indirizzo di studi, eppure i classici li ho cominciati ad apprezzare un pò più in la con l’età!
    Grazie per il tuo feedback sul mio blog, davvero molto apprezzato.

  4. Lorella 80! scrive:

    interessante questa teoria,in effetti,se si legge attentamente un qualsiasi romanzo,e ci si concentra su un personaggio,sul suo modo di fare,sul suo aspetto fisico ed altro,quasi quasi pare di conoscerlo!

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