La rabbia al lavoro

La rabbia lavorativa

Nei contetsi di lavoro molto competitivi, in presenza di un’organizzazione mal funzionante e di una leadership insensibile a cogliere i segnali di tensione tra collaboratori per un lavoro poco soddisfacente, sono in aumento le manifestazioni di rabbia e di ostilità. Queste si presentano in forme molto diverse: – improvvisi scatti verbali offensivi (o meno diretti, come il gossip distruttivo); – abusi di potere reattivi che impongono, per esempio, a qualcuno costrizioni sul lavoro e sovraccarico di compiti; – manipolazione delle normali valutazioni lavorative rendendo i feedback poveri o inconcludenti; – il rifiuto ingiustificato di promozioni o benefici lavorativi; – atti vendicatvi verso colleghi o collaboratori che magari hanno commesso qualche errore involontario sl lavoro. Si può arrivare persino a comportamenti molto gravi di carattere contro-produttivo come il mobbing, il cyberbullismo (azioni rabbiose verso qualcuno messe in atto via email o internet), gesti di violenza fisica o atti di vandalismo sanzionabili penalmente. La rabbia è un’emozione comune, anche se spiacevole, associata a pensieri ostili verso gli altri. Essa comporta un’attivazione psicofisiologica e spesso evidenzia condotte disadattive come quelle sopra esemplificate. Chi prova questa emozione assume una postura muscolare tipica, stringe i pugni, può provare mal di testa e un incremento del battito cardiaco, parla ad alta voce, grida o impreca, tende a cercare il litigio, ad accentuare il sarcasmo o a compiere gesti rabbiosi come distruggere oggetti propri o altrui. Talvolta, queste manifestazioni eclatanti non si presentano e la rabbia tende a convertirsi in un rimuginio interno emotivamente molto costoso. Anche se c’è una certa contiguità tra loro, la rabbia va tenuta distinta dall’aggressività e dalla violenza lavorativa, anch’esse in crescita sui luoghi di lavoro. Queste ultime, infatti, sono manifestazioni intenzionali, più “fredde”, tese a danneggiare persone o cose nella prospettiva di sovvertire una condizione ritenuta inaccettabile o ad acquisire potere e controllo con modalità sconsiderate e spesso connotabili come atti di devianza sociale in senso stretto. La rabbia lavorativa si sviluppa in risposta a situazioni frustranti o ad azioni indesiderate messe in atto da un’altra persona, percepita come negligente, scortese, irrispettosa, umiliante o addirittura minacciosa. Al fondo di questa emozione sta il fatto che l’iroso sente di non poter raggiungere un obiettivo desiderato, attribuendo una colpa all’altro, visto come avversario con cui lottare per prevalere e riportare la situazione in equilibrio. Ci sono molte situazioni lavorative che fanno da “detonatore” alle risposte rabbiose dei lavoratori, soprattutto quando essi sperimentano condizioni stressanti che tendono a incrementare la reattività individuale e ad abbassare il grado di tolleranza ai fastidi anche piccoli ma ricorrenti, legati alle relazioni con i colleghi, i capi o i clienti. Un momento di particolare criticità si evidenzia quando i lavoratori si rendono conto dell’impossibilità a soddisfare le aspettative che erano state concordate sin dall’inizio dell’esperienza lavorativa. Il mancato rispetto o la concreta violazione (percepita o reale) delle promesse sono cause dirette di reazioni d’ira, come pure il risentimento per un capo che agisce con doppiezza o che sfrutta a proprio vantaggio l’impegno del lavoratore, l’arrivismo eccessivo da parte dei colleghi, una diffusa situazione di non equità e di privilegi ingiustificati, la tendenza a una scarsa trasparenza nell’accesso alle risorse, lo scarso equilibrio tra lavoro ed esperienza familiare, ecc. Gli psicologi hanno cercato di vedere in questa emozione comune non solo le conseguenze dannose per la persona (rischio di ipertensione, problemi cardiovascolari, patologie gastriche e intestinali, disturbi del sistema immunitario, ecc.) e per il clima lavorativo, che risulta minaccioso e demoralizzante, ma anche alcuni risvolti costruttivi. Per esempio, manifestazioni d’ira (controllata) possono avere un significato funzionale nel facilitare il riconoscimento dei propri diritti o accentuare la motivazione individuale a raggiungere il risultato atteso. Del resto, si è osservato che manifestazioni di rabbia sono più probabili in persone che rivestono uno status importante nell’organizzazione o che affermano, anche con manifestazioni al limite della convivenza civile, la propria competenza o la validità delle proprie posizioni. In tal senso, la rabbia può anche essere una risposta appropriata che aiuta tutti a far capire quando le cose non vanno, evitando di tenere nascoste certe cause di disagio che se sono individuate solo da qualcuno, stanno comunque alla base dell’insoddisfazione di molti. Il problema per un’organizzazione è però quello di riconoscere rapidamente i “detonatori” della rabbia lavorativa per prevenire la sua eventuale trasformazione in forme di violenza vera e propria. Ciò significa, per esempio, tolleranza zero verso condotte di ostilità gratuita, affrontare subito situazioni relazionali spinose, stili comunicativi sarcastici, rapporti con i superiori velatamente minacciosi, episodi di micro-conflittualità latente nei gruppi di lavoro, nello stesso tempo, adoperarsi non solo per rendere più accettabile l’espressione delle emozioni lavorative anche di segno negativo, ma incoraggiare il valore della diversità e della discordanza di idee approntando giusti meccanismi di confronto costruttivo.   Fonte: Rivista Psicologia Contemporanea, Giunti Editore, Gen.-Feb. 2014, N°241

2 risposte a “La rabbia al lavoro”

  1. Elio scrive:

    Molto interessante. Chi di noi non ha provato, almeno una volta nella vita, ansia, stress e appunto rabbia nei confronti dei propri capi, colleghi, ecc.? Stringere i pugni, digrignare i denti, mal di testa, grida…sicyramente non fanno bene alla salute oltre che al rapporto lavorativo.
    Grazie dottoressa, trovo i suoi articoli sempre molto utili come spunto di riflessione per la mia vita quotidiana!

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