Gay: si nasce o si diventa?

L’orientamento sessuale non è una questione di scelta, è in primo luogo un fattore neurobiologico presente sin dalla nascita“.
Questo è quanto affermato da Jerome Goldstein, direttore del San Francisco Clinical Research Centre, davanti a 3.000 neurologi provenienti da tutto il mondo per il 21° Congresso dell’ European Neurological Society (ENS), tenutosi a Lisbona lo scorso mese.
Goldstein ha tentato di dare risposta ad un dibattito che imperversa da decenni: gay si nasce o si diventa? In tal senso, l’omosessualità pone un enigma biologico, essendo evidente che non vi sia alcun vantaggio evolutivo per le relazioni dello stesso sesso. Allora, perché esiste questa attrazione? Si sa che l’unione tra due individui è biologicamente finalizzata alla riproduzione della specie e quindi, da una prospettiva evolutiva, le relazioni tra persone dello stesso sesso dovrebbero essere via via tagliate fuori.
Eppure non è così. Anzi…nel regno animale sono molto comuni (api, uccelli, addirittura le pulci). I pinguini formano legami permanenti con simili dello stesso sesso, così come i delfini; le scimmie sono note per la loro bisessualità.
Nel corso del tempo sono state avanzate varie teorie a sostegno del vantaggio evolutivo che tali rapporti possono conferire.
Ad esempio, la femmina dell’albatros Laysan forma coppie dello stesso sesso che si sono rivelate più adatte nell’allevamento dei piccoli.
Insomma, le coppie gay non preserveranno i propri geni, ma contribuiscono sicuramente a preservare quelli del gruppo a cui appartengono.

L’esistenza dell’omosessualità nel regno animale è stata citata per dimostrare che questa condizione non è sicuramente, come troppo spesso si sente in giro, un fatto “contro natura”.
Va ricordato, a tal proposito, che l’American Psychiatric Association ha depennato l’omosessualità dal novero delle malattie mentali circa 40 anni fa, nel 1973, e l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha fatto lo stesso nel 1992.
Il Royal College of Psychiatrists del Regno Unito, da sempre in linea con l’OMS, nel febbraio 2010 ha rilasciato una dichiarazione per “chiarire che l’omosessualità non è un disturbo psichiatrico”, aggiungendo: “non vi è alcuna prova scientifica solida che l’orientamento sessuale possa essere cambiato. Inoltre, i cosiddetti trattamenti dell’omosessualità non fanno altro che creare ulteriori pregiudizi e discriminazioni”.

Il fatto che nel 2010 ci sia ancora la necessità di dover sottolineare queste cose la dice davvero lunga sulla situazione attuale!

L’idea che l’omosessualità possa essere ‘curata’ ha una storia lunga e dubbia.
Nel secolo scorso si pensava si trattasse di un’aberrazione dalla norma che poteva essere “corretta”, piuttosto che una condizione naturale.
Si ragionava rigidamente in termini di eterosessualità come unica via possibile, e l’omosessualità era considerata come una deviazione, il risultato di un “apprendimento difettoso” nell’infanzia.
Negli anni ’50 e ’60, periodo di massima espansione della psicologia comportamentista, sono stati messi a punto esperimenti ad hoc per valutare, e quindi successivamente “curare” gli omosessuali.
Un esempio: a soggetti di sesso maschile venivano presentate una serie di diapositive che ritraevano uomini e donne sessualmente attraenti; a loro disposizione avevano un pulsante con il quale poter scorrere le immagini.
Qualora si indugiasse troppo a lungo su diapositive ritraenti uomini e non si passasse con prontezza alle immagini di donne, i soggetti ricevevano una scossa elettrica.
Altri “trattamenti” comprendevano: il consiglio di masturbarsi partendo da una fantasia omosessuale per poi virare verso una eterosessuale una volta vicini all’orgasmo. Ancora, si chiedeva ai pazienti di contrastare i pensieri omosessuali con fantasie vergognose di essere arrestati dalla polizia e questo avrebbe comportato la scoperta di omosessualità da parte delle loro famiglie.

Anche se non rari, questi trattamenti non si sono mai diffusi largamente in Gran Bretagna, mentre negli Stati Uniti l’idea che l’omosessualità possa essere curata conserva tutt’ora un grande sostegno.

E in Italia come siamo messi?

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About Dott.ssa Di Vito

Anna Laura Di Vito, laureata in Psicologia all’Università di Roma “La Sapienza”.