Cinema e Psicopatologia # 1

Vincere

A cadenza regolare vi proporrò le recensioni di film che possono essere per voi spunto di riflessione oltre che di semplice intrattenimento.

Il primo film di cui vi parlerò è VINCERE di Marco Bellocchio.

VINCERE (2009)

Nonostante la grande cura dell’autore nella confezione e messa a punto di questo
film, non stupisce che la giuria di Cannes 2009 abbia ritenuto di non assegnare
alcun premio all’ultima opera di Marco Bellocchio.
Infatti, Vincere appare subito come un ibrido che si colloca a metà strada tra il
documentario storico-giornalistico e il racconto accurato di una storia drammatica
e coinvolgente, alla quale il regista ha prestato la sua magistrale esperienza,
riuscendo a toccare momenti di espressione felice ed efficace, aiutato da un cast
d’eccezione e da una protagonista (Giovanna Mezzogiorno) dotata di un talento
senza precedenti, nel ruolo di Ida Dalser, la moglie negata di Mussolini.
Il film comincia in modo travolgente, con le immagini di un giovane Benito
Mussolini (Filippo Timi) che svolge la sua attività di rivoluzionario socialista e
smentisce dio, sfidandolo a fulminarlo entro cinque minuti. Poche battute e si è trascinati
nel mezzo di un travolgente amplesso tra Ida Dalser e quel rampante rivoluzionario
che poi diventerà il duce. Non facciamo in tempo a riflettere sulla vecchia
storia dei rivoluzionari atei in gioventù e prima o poi ineluttabili alleati della
Chiesa, quando immagini di vecchi filmati d’epoca e scritte invasive che sottolineano
fatti storici prendono a contendere le schermo alle immagini pregevoli del
regista che racconta il percorso pomposo di Mussolini verso il potere. Un montaggio
che la bravissima Francesca Calvelli avrebbe potuto meglio rendere in un’opera
totalmente dedicata alla ricostruzione storica e qui, invece, contribuisce a disturbare
e frammentare il racconto filmico, il quale rischia così di rimanere impreciso e non lasciare spazio alla profondità della quale i personaggi avrebbero bisogno
per vivere realmente sulla scena. Peraltro, il grande Marco preferisce insistere
troppo sulle evoluzioni amatorie dei due amanti, con l’effetto ridondanza e l’impressione
di una riproposizione di scene mentre il filo della storia scorre per conto
suo, con l’ingresso di nuovi personaggi e nuovi spezzoni di filmati d’epoca. Spero
di aver dimostrato il perché dell’impressione di ibrido notata nella prima parte del
film, impressione che per fortuna svanisce quando la storia entra nel momento
drammatico dell’emarginazione di Ida e del suo progressivo accanimento nel reclamare
il suo posto accanto all’uomo che gli ha dato il figlio Benito Albino e, rinnegando
il matrimonio, ha preferito sposarsi ufficialmente con la placida Rachele.
La descrizione della permanenza di Ida in manicomio ha dei momenti sublimi
come in almeno tre passaggi espressivi: il lancio disperato attraverso le sbarre delle
lettere rivendicative dirette alle autorità; la visione commossa de Il Monello di
Charlie Chaplin (montaggio egregio e quanto mai adeguato); il colloquio strategico
dello psichiatra che invita Ida a riadattarsi alla realtà del momento, rinunciando
alla rivendicazione e al suo conto in sospeso col duce. Quest’ultima scena ci pone
una domanda che, come psichiatri e psicoterapeuti, ci può riguardare: da dove ha
preso il buon Bellocchio la teoria del barbuto collega che tenta di sviare Ida dalla
propria disperata determinazione al riconoscimento? In fondo, in termini pratici,
sembra un consiglio adeguato, inadatto però per l’impetuosa Ida, masochista e
impulsiva fino in fondo, e forse affetta da una polarizzazione ideale senza alternative.
Chi lo sa se Bellocchio si è reso conto di aver descritto lo psichiatra come
colui che per curare l’intransigenza delirante di Ida la invita a fingere e a diventare
una “sana isterica”, defilata e pecorona, pronta a rinunciare ai suoi principi etici per
salvarsi la vita e “passare ‘a nottata” senza conseguenze. Sullo sfondo dell’opera di
Bellocchio, da I pugni in tasca in poi, sembra rimanere sempre il personaggio rabbioso
e intransigente del terrorista irriducibile, del ribelle impenitente, dell’ateo
incorrotto che sfida il sistema contro ogni ragionevole adattamento. Sullo sfondo
anzidetto, però, continua a stagliarsi una figura per niente gradevole: quella del
superuomo di marca nietzchiana, colui che fa da contraltare al ribelle e imbocca
una strategia di successo e di affermazione carismatica che sembra trovare l’ottimo
Marco in adorevole contemplazione o perlomeno in necessario inchino, come
se il carisma provenisse veramente da qualità soprannaturali. Potremmo citare più
di un esempio, ma l’elenco sarebbe lungo: Diavolo in Corpo, La visione del Sabba,
La Condanna, Il sogno della farfalla, Il principe di Homburg, Buongiorno notte,
Vincere, per citare solo i film dove il fenomeno è più eclatante, contengono la loro
dose di ossequio al carisma di un personaggio che è visto, di volta in volta, come
campione di sessualità, sensibilità, creatività, saggezza, potenza. Ovviamente, non
vogliamo dubitare delle fede antifascista di Bellocchio, però avremmo preferito
che la storia avesse dimostrato perché l’eroe che sembra puro agli inizi, diventi col
tempo inevitabilmente tiranno; perché a volte parte come Cincinnato despota di
una stagione e riesce a durare trenta-quarant’anni nel tentativo di imporre una
supremazia cieca e svuotata di contenuti; perché talvolta si accanisce come Ida alla
ricerca di un riconoscimento impossibile, chiuso nello stesso narcisismo onnipotente
a copertura dell’orgoglio ferito di aspirazioni gloriose infantili; perché, come
Macbeth, vive la paranoia di essere minacciato dagli amici fraterni e per questo li
elimina dalla sua vita; perché, come Michael Khoolas, trascina con sé una massa di
gente allo sbaraglio, per fare concorrenza all’imperatore di cui aspira di prendere il
posto, ribaltando una condizione di svantaggio e un reale fallimento esistenziale.
Spero che il caro Marco perdonerà questa richiesta incongrua, però potremmo
giustificarci dicendo che il suo film ci ha fatto pensare a tutto questo. Sappiamo,
però, che egli non deve fare molti sforzi per applicarsi nel modo che gli abbiamo
indicato: un artista geniale come lui sa dove trovare la materia prima per riflettere e
comporre nuove storie e, quasi sempre, trova ciò che gli occorre nelle cose che ha
vissuto.

Giuseppe Lago

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