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l'effetto placebo

Quanti di voi hanno sentito parlare del famigerato “effetto placebo”? E quanti, tra quelli che sono a conoscenza della sua esistenza, sanno come funziona precisamente?
Sebbene da tempo questo termine sia entrato nel comune lessico professionale di medici e psicologi, il placebo continua ad indicare, nell’immaginario collettivo, gli aspetti intriganti e misteriosi di ogni terapia, farmacologica e non.
Dunque, iniziamo da qualche definizione.
Nel Dizionario di Psicologia (Galimberti, 2006) si legge che il placebo è una “sostanza farmacologicamente inattiva somministrata per rinforzare le aspettative favorevoli riposte dal paziente nel trattamento che si giova di elementi suggestivi e componenti simboliche connesse al farmaco o alla figura del medico”. L’”effetto placebo” è quindi dato da quelle reazioni dell’organismo ad una determinata terapia che non sono direttamente causate dai principi attivi, ma dalle aspettative che il soggetto ripone nella terapia.
In via del tutto generale, sapori amari o particolarmente saporiti producono effetti superiori a quelli insipidi. Riguardo alle dimensioni si possono fare diverse considerazioni: mentre una compressa grossa impressiona, una con dimensioni più contenute può suggerire una maggiore potenza per il principio attivo. Anche un alto costo può influenzare la sfera emotiva del paziente favorendo la comparsa di effetti placebo benefici.
Vie di somministrazione diverse da quella orale che richiedano l’intervento di operatori sanitari creano condizioni più favorevoli alla suggestione del paziente. In questo senso la via più efficace nel generare l’effetto placebo risulta quella intramuscolare o endovenosa.
Insomma, la suggestione può rivelarsi un’arma potentissima in grado di produrre nel nostro cervello effetti inaspettati, sia positivi che negativi.
Uno degli ultimi studi a dimostrazione dell’efficacia dell’effetto placebo è stato pubblicato in questi giorni sulla rivista Science Transnational Medicine.
I ricercatori dell’Università di Oxford, coordinati dalla dottoressa Irene Tracey, hanno sottoposto a una serie di test un gruppo di 22 volontari poi suddivisi, a caso, in tre gruppi, poi informati separatamente su cosa aspettarsi da un determinato antidolorifico. Successivamente, sulle gambe dei partecipanti è stato posto un oggetto che emanava calore ed è stato chiesto loro di fornire un valore al dolore percepito, secondo una scala da 1 a 100.
Il voto iniziale dato dai volontari è stato di 66. Quando però è stato detto loro che il farmaco era entrato in circolo, il voto è sceso a 35. Curiosamente, sulla base di una loro supposizione di trattamento, all’inizio il voto era sceso a 55. Quando invece è stato detto loro che era stata interrotta l’erogazione del farmaco, anche se non era vero, il voto è risalito a 64: come a dire che ora sentivano di nuovo dolore, anche se il farmaco era ancora in circolo.
Alla luce di questa scoperta, anche se condotta su un campione abbastanza esiguo, ma significativo, sorge una riflessione che abbraccia anche il campo della relazione di fiducia che si instaura tra medico e paziente. Sarebbe opportuno che i medici considerassero sempre prima l’opinione dei pazienti circa l’efficacia dei trattamenti a cui devono sottoporsi o dei farmaci che devono assumere.
A tal proposito va sottolineata l’esistenza del rovescio della medaglia: l’effetto nocebo. Senza assumere alcun farmaco, ma solo ipotizzando che qualcosa possa far male anche in assenza di effetti conseguenti fisici o chimici, ci si sente male.
In apparenza è meno frequente rispetto all’effetto placebo, ma è anche vero che se ne parla meno. Ad ogni modo, la semplice esistenza di questi due ‘”effetti” mentali evidenzia quanto la persuasione possa avere sulla mente delle persone risonanze anche in termini di cambiamenti fisiologici.

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