La depressione nel carattere

la depressione nel carattere

E’ datata oggi la notizia che “la depressione è scritta nei geni”.

Arriva direttamente dall’University of Michigan la scoperta che smentirebbe le ultime ricerche (2009) in fatto di depressione, le quali non avevano trovato alcuna correlazione significativa tra genetica ed eziologia della depressione, contrastando a loro volta, in una sorta di rimpiattino scientifico, uno studio (2003) in cui era risultata significativa la ‘dimensione’ di un particolare gene che controlla il trasporto della serotonina, la c.d. ‘molecola del buonumore’.
Lo studio diretto dallo psichitra Today Srijan Sen e collaboratori analizzando 54 ricerche condotte dal 2001 al 2009 (per un totale di 41 mila pazienti esaminati) rivela come una particolare variante di un gene (5 – HTT) indebolisce i circuiti cerebrali che elaborano le emozioni negative, ne altera il funzionamento e scatena il rischio di sviluppare la depressione, soprattutto in presenza di eventi stressanti. Come afferma Srijan Sen,  “questo ci porta più vicini alla possibilità di identificare gli individui che potrebbero beneficiare di interventi precoci o di trattamenti su misura”.

Ora, come evidenziato da questo e da altri innumerevoli studi, certamente i fattori genetici rappresentano un’importante linea di ricerca nell’eziopatogenesi della depressione (in particolare per quanto riguarda la depressione endogena e la psicosi maniaco – depressiva). Bisogna però estrapolare, dalle numerose e spesso contraddittorie ricerche, dati sicuramente accertati, tenendo sempre presente che in ogni malattia, ma in quelle psichiatriche in particolare, numerosi fattori psicologici, sociali, individuali possono condizionare la penetranza genetica e rendere quindi la sindrome più o meno evidente.

Il mio personalissimo punto di vista, a prescindere dalle pur valide evidenze scientifiche, mi porta ad approcciarmi alla comprensione della sindrome depressiva con un occhio principalmente psicodinamico. Come minuziosamente spiegato da Nicola Lalli in un bellissimo saggio dal titolo “Dal mal di vivere alla depressione”, è importante ricordare che esiste un ‘carattere depressivo’ di fondo, dal cui ‘scompenso’ deriva la crisi depressiva.
Il carattere depressivo è tipico dell’individuo che presenta una scarsa capacità di autosufficienza e di autostima e una dinamica di dipendenza verso persone o situazioni idealizzate. Questa dipendenza, tuttavia, genera ostilità e rabbia inconscia nei confronti dell’oggetto, derivanti dalla profonda ambivalenza del depresso rispetto all’oggetto di cui ha bisogno. “Nec tecum, nec sine te vivere possum”: l’amore – rabbia diventa una delle caratteristiche fondamentali del carattere depressivo. L’angoscia di abbandono rappresenta un’altra caratteristica distintiva di questo tipo di carattere, il quale può mantenersi in un equilibrio più o meno instabile, anche se sono evidenti vissuti e comportamenti, molto spesso reattivi, che già costituiscono una patologia.
Il primo è un vissuto di immobilità e di paralisi, sensazione molto sgradevole dalla quale si tenta di uscire mediante il meccanismo del distanziamento, oppure con l’iperattività e la negazione delle proprie problematiche. Il secondo è un vissuto di vuoto. Situazione tipica è la cosiddetta nevrosi della domenica: il giorno festivo viene vissuto con angoscia per l’incapacità di fare qualcosa che non sia la routine. Nel tentativo di attuare un distanziamento da questa sensazione di vuoto, si cominciano ad utilizzare sostanze come alcol o psicofarmaci, oppure compare una tendenza compulsiva al comprare, ciò che oggi viene definito “shopping compulsivo”, di cui ho parlato in un altro post.

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